Il gran ponte sul fiume Taro

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Di Giancarlo Gonizzi

La più antica testimonianza di un ponte in muratura lungo la Via Emilia sul greto del fiume Taro risale al 1170, travolto ripetutamente dalle piene e andato in rovina. Così i viaggiatori per secoli si servivano di un traghetto, che aveva la sua base nei pressi del mulino, oggi divenuto Mulino Grassi.
Sotto il governo di Don Ferdinando di Borbone (1751-1802) maturò l’idea di ripristinare il ponte. Con questo obiettivo nel 1772 vennero costruiti due pennelli, perpendicolari al fiume, che incanalavano le acque del Taro entro un varco di circa 250 metri su cui, in un secondo tempo, sarebbe stato gettato il nuovo ponte. Ma la forte piena del 1777 distrusse l’argine di destra costringendo a rivedere il progetto.
Solo con l’avvento della duchessa Maria Luigia (1791-1847), nell’ambito del più vasto programma di ristrutturazione del sistema viario del Ducato, che prevedeva la costruzione di ponti sull’asse primario della Via Emilia e la regolarizzazione e il completamento della strada carrozzabile della Cisa prese avvio la progettazione del nuovo ponte sul Taro la cui costruzione fu decretata il 25 febbraio 1816 e può essere considerata una delle opere “d’esordio”, assieme al Teatro Regio, del governo luigino.
Il progetto fu affidato ad Antonio Cocconcelli (1761-1846), ingegnere capo dei Ducati e docente di Meccanica applicata all’Università di Parma. Nella prima stesura del progetto erano previste diciassette travate, poi sostituite da arcate in muratura per una lunghezza complessiva del manufatto di 484,5 metri. Tuttavia la piena del 1817 suscitò perplessità sul progetto e Cocconcelli, per sopire le critiche, chiese di fare eseguire una perizia di valutazione, che il Governo affidò all’ingegner Carlo Parea (1770-1834), Ispettore generale delle acque e strade del Regno Lombardo-Veneto. Le osservazioni di Parea al progetto Cocconcelli, nel confermare la correttezza dell’impostazione generale, portarono comunque ad alcune modifiche significative, come l’allungamento del manufatto, con l’aggiunta di tre arcate e l’inserimento di “oculi scolmatori” di 4 metri di diametro sopra ogni pila, pensati per favorire il deflusso delle acque in caso di piene straordinarie. In realtà l’intuizione corretta di Cocconcelli, di costruire a monte due argini destinati a mantenere e orientare il flusso delle acque perpendicolarmente al ponte, rimane fondamentale per spiegare la sua eccezionale robustezza e tenuta nel tempo, considerando che ancor oggi vi transita sopra il pesante traffico della via Emilia che il progettista non poteva, all’epoca, immaginare.
Il 10 ottobre 1819, alla presenza dello zio, Arciduca Giuseppe Ranieri d’Asburgo-Lorena (1783-1853), viceré del Lombardo-Veneto, del vescovo di Parma Carlo Francesco Caselli (1740-1828), del maresciallo Adam Neipperg (1776-1829), degli alti dignitari di Corte e dei principali funzionari dello Stato, con il concorso di una folla esultante, la duchessa Maria Luigia collocava solennemente nella spalla orientale del ponte una scatola in piombo contenente un suo ritratto sotto cristallo, monete del Ducato, una lamina di metallo con iscrizione latina che rievoca l’evento, un metro d’argento e tre medaglie (in oro, argento e rame) fatte eseguire per ricordare questa importante opera «primo saggio della grandezza dei suoi generosi disegni». Per rendere ancora più memorabile la cerimonia, nell’occasione vennero estratte a sorte 24 zitelle a cui veniva assegnata una dote di 250 Lire. Il cantiere appaltato all’impresario edile piemontese Amedeo Rosazza Pistolet (1785-1830), avrebbe assicurato lavoro per un quinquennio a circa trecento operai e il ponte poteva essere aperto al transito già il 7 settembre del 1821.
Alla fine dei lavori il ponte – che sorge a otto chilometri da Parma – largo otto metri all’interno dei parapetti, alto 11,50 dal greto e lungo 565,50 metri, era costituito da venti arcate ribassate, in muratura, su diciannove pile poggianti ciascuna su sottofondazioni con ben 279 pali di legno. L’investimento complessivo era stato di 2.061.508 Lire. Alle testate, da cui dipartivano quattro scalinate in pietra che permettevano di raggiungere il livello del greto, su quattro pilastri in pietra furono poste le statue raffiguranti le divinità fluviali dei quattro principali corsi d’acqua della provincia: la Parma e il Taro a levante e l’Enza e lo Stirone a ponente, scolpite in pietra calcarea dal parmigiano Giuseppe Carra (1766-1841) che le completava nel 1828. Le due salite di accesso al ponte vennero affiancate da filari di pioppi per completare, con l’arredo vegetale, l’importante progetto ingegneristico.
La costruzione del ponte ebbe vasta eco e favorì la sua comparsa nella iconografia dedicata alle terre parmensi: dalla incisione tratta dai «Monumenti e Munificenze», alla vedutistica ottocentesca e romantica delle guide di viaggio dell’epoca, alle litografie di Luigi Vigotti (1807-1861) raffiguranti le quattro statue, fino alla medaglia in argento, coniata su disegno di Giovanni Antonio Santarelli (1758-1826), dalla Zecca di Milano in 198 esemplari, preziose testimonianze di un’epoca ormai lontana.