Di Filippo Fontana
Nel territorio compreso tra Fontevivo e Fontanellato, la storia affonda le sue radici in un passato remoto. Le prime comunità umane si stabilirono lungo i corsi d’acqua e nelle zone fertili della pianura parmense già in età preistorica, tra il Neolitico e l’Età del Bronzo. Piccoli villaggi di capanne sorgevano vicino alle antiche paludi e ai boschi che allora coprivano gran parte di queste terre; i loro abitanti vivevano di agricoltura, allevamento e caccia, lasciando tracce della loro presenza in utensili di pietra, frammenti ceramici e resti di focolari. Le ricerche condotte da Luigi Pigorini nel territorio di Fontanellato hanno restituito testimonianze preziose di queste frequentazioni antiche, confermando come questa fascia della bassa parmense fosse abitata con continuità fin dall’età più remota.
Con l’arrivo dei Romani, tra il II e il I secolo a.C., il paesaggio si trasformò profondamente. La pianura venne organizzata secondo la centuriazione, la suddivisione geometrica dei terreni agricoli collegata alla colonia di Parma. Strade, canali e poderi strutturarono il territorio in una campagna produttiva, percorsa da commerci e movimenti di persone. In questo contesto sorse la villa di Cannetolo, attiva in età romana, che testimonia la presenza di un’economia agricola organizzata e vitale. Ma fu soprattutto l’acqua a definire la geografia di questi luoghi: un canale centuriale navigabile metteva in comunicazione la rete idrografica locale con l’asse idrico principale — l’attuale Naviglio — e da qui con il Po, rendendo questo territorio un nodo di scambio tra entroterra e pianura padana. La persistenza di questa antica infrastruttura è ancora leggibile oggi nel tracciato del Canale Rigosa Vecchia, testimonianza silenziosa di una logistica idraulica di straordinaria efficienza.
Il tema dell’acqua è del resto inscritto nel nome stesso di Fontevivo e si manifesta con continuità nelle persistenze fisiche del territorio. Le indagini condotte nel 2025 da Cristina Anghinetti a nord di Fontevivo, in occasione della realizzazione di un percorso in sicurezza lungo strada Torchio e degli interventi di regimentazione del Canale Nuovo o del Duca e del Canale Fontevivo o Forcello, hanno offerto uno spaccato straordinario di questa stratificazione idraulica. Sul fondo del Canale del Forcello sono stati rinvenuti frammenti ceramici riconducibili a un contesto bassomedievale-rinascimentale, che ne indicano il periodo di massima attività. La lettura stratigrafica ha inoltre evidenziato, al di sotto dei suoli moderni, un consistente banco alluvionale depositatosi in più fasi, a sigillare un sottostante livello sabbioso: un dato che conferma come questa fascia del territorio parmense sia stata interessata da rilevanti fenomeni di esondazione in età medievale. Il tracciato del Canale del Forcello è risultato chiaramente artificiale, affiancato in destra idrologica da un asse stradale glareato mantenuto pressoché inalterato fino ad oggi. Anche lungo il Canale del Duca è stata identificata un’analoga pavimentazione in ghiaia, databile tra il basso Medioevo e l’età moderna, a confermare come canali e strade procedessero sempre insieme nell’organizzazione di questo paesaggio.
Fu in questo territorio così modellato dall’acqua e dalle sue infrastrutture che, dopo la caduta dell’Impero Romano e i secoli di instabilità dell’Alto Medioevo, riprese lentamente a consolidarsi la vita agricola. Attorno a pievi, corti rurali e monasteri, le comunità si riunirono di nuovo, ponendo le basi per lo sviluppo medievale che avrebbe caratterizzato questa parte della pianura parmense — e preparando il terreno su cui, nel XII secolo, sarebbe sorta l’abbazia di Fontevivo.
Le prime testimonianze: il formaggio nella Parma romana
La conquista romana della pianura padana trasformò radicalmente il paesaggio e l’economia di questo territorio. A partire dal III secolo a.C., Roma estese il proprio controllo sulla Gallia Cisalpina con una progressione rapida e sistematica: nel 218 a.C. furono fondate le colonie latine di Piacenza e Cremona, avamposti strategici nella pianura; nel 183 a.C. toccò a Modena e Parma, quest’ultima destinata a diventare il fulcro amministrativo ed economico dell’intera area. Quattro anni dopo, nel 187 a.C., il console Marco Emilio Lepido completò la Via Emilia, l’asse stradale che collegava Rimini a Piacenza tracciando una linea retta attraverso la pianura: non solo una strada militare, ma la spina dorsale di un sistema di scambi commerciali destinato a durare secoli.
Nel I secolo a.C. prese avvio la grande opera di riorganizzazione agraria del territorio: la centuriazione, la suddivisione geometrica dei campi in appezzamenti regolari collegati da una fitta rete di strade, fossi e canali. Fu una trasformazione profonda, che ottimizzò le colture e moltiplicò la produttività della pianura. Al centro di questo sistema agrario stava il bestiame: buoi e vacche erano indispensabili per arare, trasportare, lavorare la terra. Il gran numero di animali necessario alle operazioni agricole produsse, come conseguenza diretta, una disponibilità di latte che sarebbe rimasta inutilizzata senza una strategia di conservazione. Fu così che in questo territorio prese forma un nuovo asset produttivo: la trasformazione del latte in formaggio, alimento denso, trasportabile, durevole, capace di nutrire eserciti, alimentare commerci e viaggiare lungo le strade consolari.
Le fonti antiche registrano con precisione questa realtà. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, cita un formaggio prodotto nell’area ligure-lunense, lodato per le sue dimensioni straordinarie; Marziale, negli Epigrammi, lo ricorda come un prodotto segnato col marchio della città di Luni, capace di “fornire mille pranzi”. Non si tratta di testimonianze marginali: Luni era il porto da cui transitavano le merci dell’entroterra padano verso il Mediterraneo, e la sua connessione con le pianure dell’Emilia occidentale era tutt’altro che casuale.
Gli studi condotti nell’ambito del programma SFERA dell’Università di Parma (Morigi, Fontana), presentati alla mostra Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana (Galleria San Ludovico, Parma, 2017), hanno evidenziato come le aree di produzione casearia situate nelle pianure dell’Emilia occidentale fossero collegate ai mercati tirrenici attraverso due bretelle transappenniniche: la direttrice Parma-Luni e quella Parma-Lucca. Erano percorsi antichi, che risalivano i valichi appenninici portando con sé formaggi di grande formato destinati alla distribuzione su scala mediterranea. In questo quadro, il territorio tra Parma e Fidenza — attraversato dalla Via Emilia, organizzato dalla centuriazione, percorso da canali navigabili come quello che il Canale Rigosa Vecchia ancora oggi ricorda — si configura come uno dei cuori produttivi di una filiera casearia già matura e già integrata in reti commerciali di lungo raggio. Una storia che, molti secoli dopo, i monaci cistercensi di Fontevivo avrebbero ripreso e portato a nuova grandezza.





